Ucraina: una madre lotta per scoprire la verità sulla morte del figlio

Diritto alla vita: Caso Mosendz v. Ukraine, 17 Gennaio 2013

Una madre ucraina, vive la tragedia della morte del figlio come un mistero: il figlio si sarebbe apparentemente suicidato durante lo svolgimento della leva obbligatoria; ma il bisogno di verità della madre, che era a conoscenza dei maltrattamenti che il figlio subiva dal suo sergente, la spingono a crede in una responsabilità del superiore. E da qui inizia il cammino processuale di una madre che dovrà lottare, tra indagini insufficienti e inadeguate, conflitti di competenze tra il giudice civile e quello amministrativo, comportamenti omertosi e cameratismo, per fare chiarezza sul mistero della morte del figlio.

IL CASO - La ricorrente, Tetyana Mosendz, cittadina ucraina, ha un unico figlio, Denys Mosendz. Anche per lui, come per tutti i giovani ucraini, arrivò il tempo della leva militare obbligatoria con le truppe ucraine.

Ma durante il servizio militare, la notte del 24 aprile 1999 D.M. viene trovato morto con ferite da arma da fuoco alla testa, durante il servizio di guardia. Alle 5 del mattino il soldato che avrebbe dovuto prendere il suo posto dichiarò che  l’ufficiale Mosendz mancava dal suo posto. E immediatamente, il 25 aprile del 1999, il procuratore militare di Ternopil Garrison aprì un procedimento penale nei confronti del figlio della ricorrente con l’accusa di diserzione e  possesso illegale di arma da fuoco. Ma verso le 18:30 Denys venne trovato morto a circa seicento metri dal suo posto di servizio, vicino alla recinzione in cemento che circonda una fabbrica abbandonata. Accanto al corpo venne trovato l’arma di servizio – un fucile d’assalto AK-74 – con delle cartucce usate a terra. Dopo il ritrovamento fu aperta una indagine interna sulla sua morte.

Due giorni dopo il figlio della ricorrente venne sepolto nel villaggio di Balamutivka presso la Regione Khmelnytskyy, dove viveva il fratello della madre. Ed il funerale ebbe luogo in assenza della Sig.ra Mosendz, poiché non venne informata dall’unità militare anzi gli venne comunicato solo che suo figlio aveva disertato l’esercito e che non si faceva trovare.

Il 7 maggio 1999 si svolse l’autopsia del corpo di D.M.. Dalla quale si riscontrò una ferita d’arma da fuoco in mezzo alla fronte e due ferite sulla parte destra e sulla parte sinistra del cranio, tra il parietale e occipitale. La ferita era circondata da una serie di lividi, che indica che la pistola era stata premuta sulla fronte del soldato. Invece gli ematomi intorno agli occhi e vicino al naso, erano provocati da un’emorragia interna dopo gli spari.Quindi venne dedotto che le ferite furono procurate quando la vittima era ancora viva e si giunse alla conclusione che Denys Mosendz si era suicidato.

Nel giugno del 1999 vennero chiuse le indagini sulla base del fatto che la causa della morte era stata un suicidio; e il procedimento penale nei confronti dell’ufficiale venne sospeso.
Il 5 ottobre del 1999 l’Ufficio del Procuratore Generale annullò entrambe le decisioni, in quanto, in primo luogo, le accuse contro il defunto vennero ritenute illegittimi e infondate, in secondo luogo, l’inchiesta sulla sua morte non era stata sufficientemente approfondita. Ma il 1 ° dicembre 1999, il procuratore militare s pronunciò differentemente e chiuse  le indagini sulla base del fatto che non vi erano indicazioni che provassero che alcun reato fosse stato commesso. E nel febbraio del 2000 tale decisione venne annullata nuovamente dall’ufficio del procuratore generale per il medesimo motivo. Dopo una serie di “tira e molla” tra le autorità competenti, il 5 settembre 2000 il Tribunale militare di Lviv Garrison, annullando la chiusura dell’inchiesta, ha fortemente criticato le autorità inquirenti che si sono semplicemente limitate a portare avanti la tesi del suicidio, senza indagare le possibili ragioni di tale atto. Ad un certo punto il caso venne trasferito alla Procura Militare per Lviv Garrison, che chiuse l’inchiesta penale in un nulla di fatto.

In particolare durante degli interrogatori alcuni ufficiali hanno negato categoricamente che Denys fosse stato vittima di bullismo o maltrattamenti. Ma nel febbraio del 2002, però queste testimonianze vennero smentite proprio perché uno dei soldati, durante un interrogatorio, ha raccontato che il figlio della ricorrente a causa della sua insufficiente conoscenza dello statuto militare venne preso a calci e pugni dai sergenti K. eV. (tesi confermata da altri due ufficiali).
In seguito l’Ufficio del procuratore militare Lviv Garrison aprì un procedimento penale nei confronti dei sergenti K. e V. con l’accusa di abuso d’autorità aggravata. Ma questi vennero sollevati dalle proprie responsabilità penale in quanto i reati vennero prescritti.

Dopo questa lunga e tortuosa vicenda, il 4 maggio 2006, la madre di Denys decise di depositare una causa civile contro il Ministero dell’Interno presso la Pecherskyy Kyiv District Court, chiedendo il risarcimento per il danno non patrimoniale che ha sofferto. Ma la Corte non accolse il ricorso presentato. Allora imperterrita la madre ucraina presenta una nuova richiesta alla Gagarinskyy Sebastopoli Corte, ma anche essa si rifiutò di aprire la procedura. Solo Il 9 dicembre 2008 la Corte Gagarinskyy accolse parzialmente la domanda della ricorrente, riconoscendoli 200 mila grivna ucraini (circa 17.000 euro) a titolo di risarcimento.

IL RICORSO - Nonostante questa magra consolazione il desiderio di giustizia della madre non si placa e il 14 Ottobre del 2008  decise di presentare un ricorso contro l’Ucraina presso la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. La ricorrente, nel ricorso, lamentava la violazione degli articolo 2  CEDU e dell’art 3 della Convenzione, riguardanti i maltrattamenti subiti dal figlio durante il servizio militare che culmineranno con la sua morte. In particolare la cittadina ucraina contesta la violazione dell’art 13 CEDU per il fatto che le autorità nazionali non abbiano voluto indagare adeguatamente sulla questione preferendo archiviarla e lasciare il caso irrisolto. Ed infine richiede 120.525 € (EUR) a titolo di danno patrimoniale e di 2.000.000 euro per quanto riguarda il danno morale.

IL GOVERNO - ha rilevato che la ricorrente, non avendo presentato l’appello o un ricorso per cassazione, ha accetto le conclusioni della presente sentenza, e pertanto non ci sarebbe alcuna ragione per presentare quest’ultimo. E rivendica con forza il governo il fatto che c’era stato un effettivo accertamento sia militare che procedurale per individuare le responsabilità dei sergenti che picchiarono l’ufficiale morto.

LA CORTE - con la sentenza del 17 gennaio 2013 afferma che vi è stata violazione dell’art 2 CEDU, poiché lo stato non ha protetto e tutelato l’incolumità dell’ufficiale Mosendz, e dell’art 13 CEDU, non avendo l’Ucraina garantito un ricorso interno effettivo alla ricorrente. Per queste ragioni riconosce 20.000 euro di risarcimento a titolo di danno non patrimoniale che lo stato convenuto dovrà versare alla ricorrente.

In Ucraina, come anche in altri paesi dell’Est, svolgere il servizio militare è sempre stato un problema: molti ragazzi giovani cercano in ogni modo di evitare questo dovere (infatti il servizio militare in Ucraina è ancora obbligatorio), conoscendo i comportamenti duri e a volte violenti, forse al limite del crudele, che si praticano nelle caserme. Visto che il servizio militare è un dovere per ogni cittadino, lo stato è tenuto a garantire i diritti e le condizioni più adeguate che richiedono l’adempimento di questo dovere.

La sentenza è reperibile qui: Caso Mosendz vs Ukraine, 17 Gennaio 2013

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